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Nel cotonoso raplaplà di Bologna..., il tipo di quella donna dall'anima fosforica e smagliante come un metallo vetusto mi avvolgeva di un turbine di esistenza remotissima e futurissima.
- A. Savinio

domenica 2 ottobre 2022

Del perché ho scelto di ambientare La Casa Gialla in autunno.

La Storia de La Casa Gialla è ambientata in autunno; la ninna nanna che Suzanne canta al piccolo Jean s'intitola Les Feuilles Mortes (Le Foglie Morte, ovvero Foglie d'Autunno) e non è un caso. L'autunno, infatti, non è nient'altro che una metafora dell’esistenza psichica in certe stagioni della vita che ciclicamente si ripresentano: in questa fase, molto di noi, dentro tutti noi, deve morire e decadere, preparasi a morire per lasciar spazio ai germogli che verranno in quella primavera che è archetipicamente promessa, inevitabile, imminente… 


Questa metafora si applica perfettamente anche ai miei personaggi, che nei primi capitoli del libro si avventurano per strade diverse su un cammino sconosciuto, e in quanto tale, anche spaventoso. Dentro di sé sentono crescere il bisogno impellente di liberarsi da quella parte del proprio passato che ormai ha concluso il proprio ciclo ed è divenuto un inutile peso e si riconoscono nell'attesa di un futuro ignoto, ma colmo di speranza, ben rappresentato dai colori vibranti delle foglie e dalla luce calda dell'autunno.


Così come nell’autunno inteso come stagione, analogamente anche nell’autunno interiore dei protagonisti, possiamo infatti notare che – sommessamente – qualcosa sembra che muoia, qualcosa sembra stia per andare via, qualcosa sembra stia per cadere, cade, proprio come le foglie si staccano dal proprio albero, così da loro cadono parti e frutti maturi che ormai non hanno più motivo di persistere nella loro forma, cade ciò che ha raggiunto la sua massima maturazione e che quindi deve mutare, morire, trasformarsi. Tuttavia, questa caduta e questo morire è un cedere posto -a. In questa caduta non vi è soltanto morte e fine, vi è un lasciar spazio -a… un certo porre attenzione alla caducità e all’impermanenza dell’inessenziale per accoglierla dentro di sé. Tema sempre molto caro alle culture dell'Estremo Oriente e meno frequentato oggi in Occidente.


Come scriveva Thoreau nell'opera "Tinte Autunnali", le foglie d'autunno ci insegnano come morire: «È piacevole passeggiare sopra i letti di queste foglie fresche, croccanti, e fruscianti. Come vanno splendidamente alle loro tombe! Con quanta delicatezza si sdraiano e diventano terriccio! Dipinte di mille colori, e adatte a diventare i letti di noi che viviamo. Così marciano alla loro ultima dimora, leggere e vivaci. (…) Ci si chiede se potrà mai venire un tempo in cui gli uomini, con la loro vantata fede nell’immortalità, giaceranno con altrettanta grazia e maturità. (…)»


I miei personaggi ci ricordano che per nascere veramente, occorre rinascere, e questa rinascita sembra – paradossalmente – incominciare già nell’autunno. Queste stagioni di mezzo, autunno e primavera, che stanno per così dire tra inverno ed estate, sembrano essere – per l’occhio comune occidentale – nient’altro che stagioni preparatorie, ritualistiche, preludi fugaci all’inverno e all’estate che verranno, e per quanto nella nostra cultura contemporanea la dimensione del passaggio a qualcos’altro sia sempre meno vissuta, percepita, intuita, amata, dobbiamo invece realizzare che proprio in queste due stagioni – autunno e primavera – si cela forse – e timidamente – la vita tutta quanta.


"L'autunno non è una stagione,

ma uno stato d'animo."

-Nietsche


Buon autunno a tutti i miei lettori!


P.S. A proposito, qual è la vostra stagione preferita?

mercoledì 28 settembre 2022

L'Ombra di Jung.


Mi ha sempre affascinato la psicologia junghiana e il suo modo di sondare la mente umana. Nel costruire i miei personaggi ne sono stata inevitabilmente ispirata e in particolare mi ha ispirato il concetto dell'Ombra. 

I miei primi due libri, La Casa Gialla e, più evidentemente, Il Gioco delle Ombre (quest'ultimo titolo di prossima pubblicazione) presentano personaggi che si confrontano con le loro Ombre per compiere una "discesa agli Inferi" che li condurrà a esiti speculararmente opposti, ecco perché ve ne parlo qui.


 

“Non si diventa illuminati immaginando figure di luce, ma divenendo coscienti del buio.”
(Carl G. Jung)

Carl Gustav Jung (26 luglio 1875 – 6 giugno 1961), famoso psichiatra, psicanalista, filosofo svizzero e allievo di Sigmund Freud, proseguì gli studi del suo mentore, padre della psicanalisi, con la psicologia del profondo e spinse le sue investigazioni verso l’inconscio collettivo e le forze archetipiche che lo popolano. Tra questi archetipi, troviamo delle immagini che esprimono sia aspetti positivi che negativi, come la grande Madre o il Saggio; ma l’archetipo forse più misterioso e che dà maggiore filo da torcere ad ognuno di noi è senza dubbio l’Ombra.

L’Ombra in psicologia è quella parte inconscia, nascosta, che ci intimorisce e affascina allo stesso tempo e che racchiude dentro di sé un mistero, un potere, un enigma:

Il concetto junghiano di Ombra racchiude tutti quei contenuti inconsci che l’Io non riconosce come parte di sé. Tuttavia, contrariamente al pensiero freudiano che definisce l’Ombra come l’insieme degli aspetti negativi dell’Io racchiusi nell’inconscio, per Carl G. Jung questo lato oscuro della persona può racchiudere elementi sia negativi che positivi e quindi contemplare aspetti utili all’evoluzione; motivo per il quale riteneva fondamentale evitare di rinnegarla. Anzi, la sua integrazione era una conditio sine qua non all’evoluzione interiore e al lavoro della coscienza; la sua integrazione era per lui una sorta di caccia all’anima, una riconnessione con la potenza psichica della natura umana.

Spesso questo lato oscuro viene interpretato come l’insieme di ciò che ci è mancato, delle sofferenze non elaborate e nascoste sotto al tappetto. Tutto ciò che disturba, che pone problema, finisce così in una sorta di discarica indifferenziata che rischia di pesare nel tempo o di portare a comportamenti nevrotici.

L’Ombra è quindi simile a un contenitore legato all’istinto di sopravvivenza: racchiude tutto ciò che in un determinato momento non riusciamo ad accettare, a sopportare, a elaborare, come le pulsioni ritenute dannose o pericolose, le emozioni represse, i difetti ed aspetti grezzi della personalità sui quali non vogliamo lavorare, gli istinti detti “primitivi” (rabbia, aggressività, ecc.) e non consoni alle regole della società, ma anche le qualità non riconosciute o represse dall’ambiente esterno (sensibilità, senso artistico, intraprendenza, ecc.). È il bunker nel quale rinchiudere tutto ciò che non vogliamo (o non possiamo) affrontare, riconoscere e così lei diventa la custode dell’innominabile, fagocita ciò che la ragione non può o non vuole vedere.

Però, questa dinamica di stoccaggio resta funzionale solo se è limitata nel tempo, se l’intento è quello di darsi il tempo fisiologico ad elaborarne il contenuto. Al contrario, confondere il nostro lato oscuro con il dimenticatoio e cercare di allontanarlo da noi facendo finta che tutto ciò non ci appartenga porterà ad una dolorosa scissione interiore, una brutale mutilazione, che ci impedirà di essere sostenuti da questa grande fonte di energia psichica nel nostro percorso di manifestazione dell’essere.

L’Ombra è opposta alla Luce, alla coscienza, all’aspetto controllato e razionale della personalità ma allo stesso tempo è legata ad essa: l’Ombra deriva dalla Luce per cui non è possibile separarle, o peggio, annientare l’Ombra a favore della Luce senza che questo comporti un pericoloso squilibrio psichico. Per riuscire a integrare l’Ombra e “rendere conscio l’inconscio” come diceva Jung, possiamo seguire l’esempio tramandato dagli antichi attraverso i racconti mitologici e scendere nei nostri Inferi con la consapevolezza di varcare la soglia di un regno misterioso e sacro allo stesso tempo. Lì, potremmo incontrare la nostra Ombra, il nostro drago interiore, e osservarla con un occhio compassionevole e paziente, mettendosi semplicemente in ascolto.

Grazie alle scoperte di Jung sul concetto di ombra, possiamo comprendere che l’unica via percorribile è in realtà la più semplice da capire ma la più difficile da attuare: la via dell’accettazione, quella che si ricongiunge alle maggiori tradizioni sapienzali tramandate da millenni come il taoismo, per esempio, che insegna l’integrazione tra luce e ombra, per giungere alla sacra via di mezzo. Lo stesso Jung giunse alla stessa conclusione attraverso la psicologia: “Chi percepisce contemporaneamente la propria ombra e la propria luce vede se stesso da due lati e, in tal modo, raggiunge il centro.

Fare luce dentro di sé e portare l’Ombra alla coscienza ci permette di liberarci dalle ripetizioni inconsapevoli della nostra vita che ci catapultano in situazioni difficili e dolorose che spesso ci appaiano come un fato, un destino. Ciò tuttavia non significa annientarla o lottare contro di lei, cercare di far arretrare la sua profondità e complessità a colpi di illuminazioni artificiali (l’uso improprio del pensiero positivo ne è un esempio), sperando così di sbarazzarsi degli aspetti di noi che riteniamo scomodi.

Affrontare la propria Ombra significa rinunciare a lottare contro di essa o negarla, smettere di farsi violenza e mostrarle compassione, perché tutto ciò che facciamo a lei, nel bene e nel male, lo facciamo a noi stessi. E senza l’Ombra al nostro fianco, non possiamo che vivere una vita a metà. 


 

fonte: Eticamente.net

martedì 13 settembre 2022

LA CASA GIALLA - Scheda personaggio: Alessandro Martini

 

Per gli appassionati di Drama come me, Alessandro Martini riveste il classico ruolo, importante ma spesso scomodo, di "second lead" maschile, cioè del co-protagonista che si contende con Jean le attenzioni della protagonista femminile. Alessandro è infatti l'ex di Angelica, intenzionato a riconquistarla con ogni mezzo e sostenuto nei suoi sforzi dal padre della ragazza. È convinto di essere l'uomo perfetto per lei e non ha alcuna intenzione di arrendersi. Quando all'orizzonte si profila un rivale, le sue sicurezze iniziano  però a vacillare.

Ecco qui un estratto del libro per presentarlo:

Un’auto sportiva decappottabile stava risalendo il vialetto della Villa e il padrone della dimora si preparò ad accoglierla con un sorriso soddisfatto stampato sul volto. Ne uscì un giovane uomo intorno alla trentina, con una zazzera di folti capelli neri mossi, corti ai lati e sulla nuca. Portava barba e baffi ben curati e vantava una bella abbronzatura, messa in risalto da una camicia di lino bianca, aperta sul collo. Era alto e atletico, ma non ostentatamente muscoloso. A prima vista, si poteva intuire la sua provenienza da una famiglia benestante. Il padre di Alessandro Martini era infatti un noto imprenditore della zona, ma era dalla madre, una professoressa di lettere, che Alessandro aveva mutuato l’amore per la musica classica; passione che lo aveva condotto a diplomarsi presto al Conservatorio, dove, dieci anni prima, era divenuto allievo del professor Nocenti. Era al liceo, invece, che aveva conosciuto Angelica. Per diverso tempo, l’aveva frequentata solo per via degli studi comuni, dapprima a scuola e in seguito grazie alle lezioni private di violoncello, impartitegli alla Villa, quando era ancora solo una casa di famiglia. A volte, la mamma di Angelica l’accompagnava al piano e quei pomeriggi trascorsi con i Nocenti lo facevano sentire accolto e amato più di quanto si sentisse nella sua stessa famiglia, con genitori quasi sempre in viaggio e nessun fratello a fargli compagnia. In quanto agli amici, avendo un carattere piuttosto riservato e solitario, non avrebbe saputo elencarne più di due ed erano come lui molto studiosi e poco inclini alla vita sociale. Fu dunque probabilmente per le sue assidue frequentazioni di casa Nocenti, che, al secondo anno di università, Alessandro decise che era arrivato il momento di fidanzarsi con Angelica, l’unico essere coetaneo con cui avesse sviluppato un qualsivoglia legame. Il carattere sempre allegro e solare di lei compensava i suoi silenzi e il suo temperamento malinconico. Con Angelica si sentiva perfettamente a suo agio e in più entrambi condividevano la passione per la musica e la lettura. Era facile parlare e confidarsi con lei e si immaginava che una vita insieme sarebbe trascorsa senza grossi scossoni, nella tranquillità della routine familiare. A sua volta, Angelica aveva accettato la proposta di fidanzamento come una naturale evoluzione della loro amicizia e le cose, inizialmente, erano andate anche molto bene tra di loro, forse perché, prima di tutto il resto, quella relazione rappresentava il primo vero tentativo di Angelica di smarcarsi dal controllo paterno. Con il tempo, però, Alessandro si era dimostrato ansioso ed eccessivamente protettivo nei confronti della fidanzata, che già mal sopportava le restrizioni alla libertà imposte dal padre. Vani furono i tentativi della ragazza di cambiare l’atteggiamento del futuro sposo e quando, infine, all’iperprotezione si aggiunse anche la gelosia, Angelica si ribellò e troncò di netto ogni loro rapporto. Da allora, erano passati tre anni, ma Alessandro non sembrava ancora essersi rassegnato e, periodicamente, tornava a bussare alla sua porta nella speranza di riconquistarla. 

lunedì 22 agosto 2022

A chi importa chi uccise Roger Ackroyd?

WHODUNNIT è uno dei termini con cui si designa il GIALLO CLASSICO. Nasce nel 1930 dall'evoluzione di una storpiatura colloquiale di "Who did it", "Who done it", e significa "Chi è stato"?

Un breve excursus...

Il giallo classico, altrimenti conosciuto anche come giallo deduttivo o giallo ad enigma, la cui nascita si fa risalire addirittura al primo decennio del '900, ebbe la sua massima fioritura in quel periodo tra le due guerre mondiali, che oggi viene definita la Golden Age (Età dell'Oro) del romanzo giallo.

La maggior parte degli autori dell'età dell'oro erano britannici: Margery Allingham (1904-1966), Anthony Berkeley (alias Francis Iles , 1893-1971), Nicholas Blake (1904-1972), GK Chesterton (1874-1936), Dame Agatha Christie (1890-1976), Edmund Crispin (1921-1978), Freeman Wills Crofts (1879-1957), R. Austin Freeman (1862-1943), Joseph Jefferson Farjeon (1883-1955), Cyril Hare (1900-1958), Georgette Heyer (1902-1974), Anne Hocking (1890-1966), Michael Innes (1906-1993), mons.Ronald Knox (1888–1957), ECR Lorac (1894–1958), Philip MacDonald (1900–1980), Gladys Mitchell (1901–1983), John Rhode (1884–1964), Dorothy L. Sayers (1893–1957), Josephine Tey (1896-1952), Patricia Wentworth (1877-1961), Henry Wade (1887-1969) e molti altri. Dame Ngaio Marsh (1895-1982), era una neozelandese ma era anche britannica, così come il suo detective Roderick Alleyn . Georges Simenon era belga e scriveva in francese; il suo detective, Jules Maigret , era un francese. Alcuni scrittori, come Mary Roberts Rinehart , SS Van Dine , Earl Derr Biggers , John Dickson Carr , Ellery Queen , Erle Stanley Gardner ed Elizabeth Daly , erano americani ma avevano stili simili. 

È un genere ancora attuale?

Il genere presenta alcuni cliché che nel secondo dopoguerra divennero motivo di aspre critiche per la rappresentazione di un mondo e di una società elitaria che era entrata in crisi da tempo. I personaggi, infatti, erano spesso esponenti della nobiltà e le ambientazioni grandi magioni in cui si tenevano feste o raduni familiari, spesso teatro di omicidi. In ogni caso, la rappresentazione della società era quella parziale di un mondo chiuso e non inclusivo, descritto a tratti attraverso una spessa coltre di snobismo.

Tuttavia, è indubbio che lo schema narrativo, che richiede il diretto coinvolgimento del lettore nella soluzione dei misteri proposti, e le atmosfere ricreate esercitino ancora oggi un grande fascino sui lettori e, al netto delle critiche di cui sopra (la più celebre, quella espressa da Edmund Wilson nel libro "Who cares who killed Roger Ackroyd?"), il giallo classico resta quello che ha venduto più copie nella storia del giallo e ancora oggi è motivo di ispirazione per gli scrittori di tutto il mondo.

Un esempio su tutti. Dalla fine degli anni '80 ai primi anni '90, non pochi scrittori di gialli che sono stati influenzati dallo stile dell'età dell'oro hanno fatto il loro debutto uno dopo l'altro in Giappone. Sono indicati come "nuovi tradizionalisti" (新本格ミステリ作家shin honkaku misuteri sakka , lett . nuovi scrittori di misteri ortodossi) o "nuova scuola ortodossa" (新本格派shin honkaku ha ) . I "nuovi tradizionalisti" rappresentativi includono scrittori come Yukito Ayatsuji , Gosho Aoyama , Rintaro Norizuki e Taku Ashibe .

Il Decalogo di Knox.

Le regole del gioco - di fatto, i misteri dell'Età dell'Oro erano considerati giochi - furono codificate nel 1929 da Ronald Knox . Secondo Knox, un giallo "deve avere come interesse principale lo svelamento di un mistero; un mistero i cui elementi sono chiaramente presentati al lettore in una fase iniziale del procedimento, e la cui natura è tale da suscitare curiosità, curiosità che alla fine è gratificata."

Ecco le sue famose "regole del gioco", meglio conosciute come il "decalogo" di Knox:

1. Il criminale deve essere menzionato nella prima parte della storia, ma non deve essere qualcuno di cui il lettore è stato autorizzato a conoscere i pensieri.

2. Tutti gli  eventi paranormali e sovrannaturali sono naturalmente esclusi.

3. Non è consentita più di una stanza segreta o un passaggio .

4. Non possono essere usati veleni finora sconosciuti, né alcun apparecchio che richieda alla fine una lunga spiegazione scientifica.

5. Nessun cinese deve figurare nella storia. 

6. Nessun incidente deve mai aiutare il detective, né deve mai avere un'intuizione irresponsabile che si dimostri giusta.

7. Il detective stesso non deve commettere il crimine.

8. Il detective è tenuto a dichiarare qualsiasi indizio che possa scoprire.

9. Il "compagno" del detective, il Watson, non deve nascondere al lettore nessun pensiero che gli passa per la mente: la sua intelligenza deve essere leggermente, ma di poco, inferiore a quella del lettore medio.

10. I fratelli gemelli, e i doppi in genere, non devono apparire se non siamo stati debitamente preparati per loro.

In generale, tali regole erano ritenute fondamentali affinché al lettore venisse garantito un gioco "alla pari", che gli consentisse dunque di partecipare alle indagini grazie ad un numero congruo di indizi a sua disposizione. Ovviamente tali regole erano suscettibili di interpretazione da parte degli autori, che non sempre le seguivano in toto, come Dame Agatha Christie, una delle regine del giallo classico che, almeno in un paio di occasioni, seppe romperle senza tuttavia rendere meno coinvolgente le sue storie.


La curiosa regola numero 5, invece,  era stata inserita a causa dell'inflazione di personaggi cinesi nei racconti dell'epoca.


E ora veniamo a noi...


Se avete letto LA CASA GIALLA, ora potrete provare a individuare nel mio libro gli elementi che accomunano la storia narrata a quelle dell'Età dell'Oro e quali vi si discostano. 
Il mio intento era di creare una storia seguendo i dettami di quella tradizione, ma introducendovi degli elementi moderni e di "rottura" che la facessero sentire più vicina al lettore contemporaneo, in particolare inserendo elementi culturali "esterni" alla cultura dominante. 

Con il mio prossimo libro in uscita nel 2023, invece, ho voluto fare proprio uno speciale omaggio al genere, ambientando la storia in un'antica casa nobiliare inglese, anche qui tuttavia inserendovi elementi contemporanei (vedi anche post precedenti). Appuntamento allora a dicembre 2023 per i pre-ordini! (Ovviamente siete già invitati a seguire il blog per i successivi aggiornamenti di settembre, ottobre e novembre.)

Ma ora ditemi la vostra. Che tipo di giallo preferite leggere? Qual è il giallo ad enigma che avete amato di più? E l'autore di gialli? Che ne pensate dei cliché di genere?

Aspetto le vostre risposte sul mio profilo IG, marta.brioschi_official

lunedì 15 agosto 2022

Consiglio libresco: Ufficio Lettere perdute, di Stefano Mondini. Ovvero l'Elegia dell'Incompiutezza.


Di solito non scrivo recensioni di libri, ma l'incontro con Stefano Mondini e il suo libro mi ha convinta a fare un'eccezione. Spero che le mie parole rendano giustizia a un testo pregevole e curioso che spero possa essere apprezzato da un pubblico sempre più vasto.

Nell'articolo precedente, vi ho raccontato che spesso i luoghi, più delle persone, hanno sempre esercitato un certo fascino su di me ed è dunque con una certa curiosità che mi sono avvicinata a questo libro, il cui protagonista non è una persona in carne e ossa, bensì un ufficio postale. È infatti proprio questa scelta che mi ha colpita prima di tutto - un ufficio postale è per definizione un muto testimone di mille storie, al crocevia di un'infinità di vite che si rincorrono - e subito dopo mi sono chiesta come l'autore avrebbe dato voce a quel luogo, che personalità vi avrebbe assegnato e fino a che punto si sarebbe spinto nell'attribuirvi un carattere antropomorfo. Infine, mi sono domandata come l'autore avrebbe imbastito il dialogo tra il Sé, rappresentato dai personaggi reali all'interno della sua storia e lo scenario sullo sfondo (ciò che rappresenta il contesto inanimato in cui la sua vita - le nostre vite - si sviluppano e mutano nel tempo) e cosa, da quel dialogo, avrebbe fatto scaturire.

E questo è ciò che ho scoperto...

La storia è ambientata in Francia sul finale degli anni '60, un periodo, come tutti sappiamo, di grande cambiamenti; una cesura storica a cavallo tra due epoche distinte e in contrasto tra loro sul piano socio-economico, in cui buona parte dell'impianto valoriale del passato è stato messo in discussione. Non a caso, tutto il libro è pervaso da un senso di indeterminatezza e di attesa, e anche l'oggetto di tale attesa è vago, indeterminato. C'è in sostanza una grande domanda sospesa nell'aria e qualche personaggio sembra già rassegnarsi a non trovare risposte. 

E' in attesa  di nuovi arrivi la Stanza 7, chiamata anche Ufficio Lettere Perdute o "prigione", dove alcuni impiegati ribelli sono stati confinati a scontare una punizione a tempo indeterminato. Sono inoltre in attesa di qualche nuova lettera senza destinatario su cui indagare i personaggi che la popolano, apparentemente incapaci di liberarsi dall'unica emozione che li accomuna tutti: la noia. E ancor di più, il sentimento di attesa non riguarda solo i personaggi, bensì anche le vite "interrotte" di mittenti e destinatari, protagonisti invisibili e sconosciuti che, a causa dell'incompiutezza di un indirizzo, sono condannate a condividere lo stesso limbo in cui lavorano gli addetti postali. 

Da questa convivenza forzata, scaturisce l'unica scintilla vitale che ancora anima la Stanza 7, rappresentata proprio dalla curiosità dei personaggi in carne e ossa per le vite interrotte di quegli sconosciuti, sigillate dentro le loro missive. Dunque essi lavorano di concerto per trovare indizi utili alla consegna delle lettere perdute studiandone le caratteristiche salienti di carta e inchiostro e, nei casi più disperati, leggendone il contenuto. A volte, le indagini danno buon esito e le storie interrotte riprendono il loro cammino; in altri casi, invece, quando questi brani di vita senza capo né coda colpiscono l'immaginazione degli addetti dell'ufficio, le lettere senza destinatario approdano in un archivio per essere rilette di tanto in tanto, unicamente per il diletto dei "prigionieri" alle Poste; in tutti gli altri casi, saranno purtroppo destinate al macero e all'oblio.

In questo perfetto mondo incompiuto, tutti sono osservatori e osservati: gli esseri umani, come i "manufatti", cioè gli oggetti creati dall'uomo che circondano i personaggi, primo fra tutti proprio la Stanza 7, che, di tanto in tanto, esce allo scoperto e si fa, per il lettore, voce narrante. Questo luogo è di fatto un essere inanimato umanizzato e, come tale, ha una coscienza di sé. Si riferisce a sé stesso al maschile e conosce le categorie delle emozioni. Dice infatti di provare simpatie e antipatie e certamente riconosce le emozioni negli umani che osserva. Non può muoversi fisicamente, ma il suo pensiero si espande e arriva ovunque esistano altri manufatti come lui, con cui può comunicare telepaticamente. Il locale non ha tuttavia modo di interagire con gli umani e per tutto il racconto, fino al sorprendente finale, si limiterà a fungere da mediatore tra il lettore e i personaggi, come se il suo compito fosse quello di farci fare un passo indietro rispetto al piano di osservazione, quasi ci suggerisse l'uso di un binocolo o di un paio di occhiali al momento della lettura. Fare un passo indietro per ampliare la nostra prospettiva e inforcare gli occhiali per guardare meglio, entrando più in profondità, mettendo meglio a fuoco. Un invito che ho prontamente colto.

C'è un grande mistero che sottende tutte le storie incompiute di questo romanzo, che ha a che fare con le sue ragioni, le ragioni della loro incompiutezza, intendo, e con le possibilità di un futuro ancora in divenire, tanto nebuloso da poter essere qualsiasi cosa. E da qui scaturisce una riflessione. Il tempo dilatato dell'attesa che precede il momento in cui la storia si compie - e il senso di ogni cosa si disvela - è un momento prezioso che raramente sappiamo apprezzare. Spesso nascosto da una coltre di noia, ne smarriamo la traccia, perdendo così un'opportunità unica per osservarci e osservarci in relazione al mondo che ci circonda, nel ruolo che ci compete o, in proiezione, che potrebbe competerci. È il momento prima del grande salto (l'evoluzione degli organismi procede per salti, non è lineare!), prima che un evento imprevisto, un elemento estraneo, una nuova conoscenza´(come il personaggio di Febo, il nuovo impiegato della Stanza 7 che si rivelerà un catalizzatore di cambiamenti) o un epifania ci sollevi verso un nuovo stato di coscienza, al successivo livello di consapevolezza. 

Il libro di Mondini sembra volerci ricordare che sta proprio lì che si gioca la partita, in quell'attimo che non importa quanto duri e sia duro da sopportare, perché è solo lì che possiamo reinventarci ed è lì infatti che la sua narrazione fluida e leggera ci trascina, in quello spiraglio tra il prima e il dopo, il momento preciso in cui tutto sembra perduto, inutile, insignificante, ma che dentro di sé contiene in potenza il tutto... se solo siamo disposti a crederci.

Il libro Ufficio Lettere Perdute è edito da Mosaico ed è disponibile nelle librerie fisiche e on-line.

Vi invito a seguire il profilo Instagram di Stefano Mondini, sotto il nome @abbecedario.

domenica 14 agosto 2022

La Casa Gialla ha un seguito e si intitola Il Gioco delle Ombre.


Scrivere mi ha dato l'opportunità di scoprire una mia ossessione, di cui non ero affatto consapevole. Ve ne parlo qui.

La storia narrata nel mio primo romanzo giallo ruota intorno a una casa e, benché non sia citata nel titolo, anche nel romanzo che segue - e la cui pubblicazione è prevista nei primi mesi del 2023 - il mistero si sviluppa intorno alla vecchia casa di un illustre personaggio. Certo "la casa" è un punto di riferimento importante nella mappa mentale di ciascuno di noi. È un punto di partenza e di arrivo e teatro delle nostre vite. Spesso custode dei nostri segreti, dietro le sue mura si rafforzano legami, divampano conflitti, si producono fratture, ma si ricompongono anche dissidi. Si nasce, si cresce e si pronunciano dolorosi addii. Come le strade percorse e le stazioni dei treni (o gli aeroporti), le nostre case sono luoghi simbolici, oltreché reali in cui troviamo un porto sicuro insieme alle persone e agli oggetti che conosciamo e in cui ci riconosciamo parte di un tutto. Restano a ricordarci chi siamo e come siamo calati nel mondo. Forse per questo, sin da piccola, fotografo case, palazzi e stazioni dei luoghi che visito, più delle persone che incontro e con cui viaggio. Cosa che pare ancora strana ai miei familiari, anche se ha smesso di stupirli.

La casa che visiterà Son-Jun nel prossimo romanzo è una magione inglese dal nome evocativo. Si chiama Hiraeth House e appartiene al centenario Barone di Windermere, amena località nel Distretto dei Laghi, che ho visitato nel 1989 nel corso di una vacanza e mi ha lasciata senza fiato, per la bellezza dei suoi panorami e la particolarità dell'atmosfera. La scelta del nome non è casuale, dicevo; "Hiraeth", infatti, è una parola gaelica che significa "anelito spirituale di una casa che forse non è mai esistita. Nostalgia di luoghi antichi ai quali non si può tornare. Eco di luoghi perduti del passato per cui l'anima soffre. Sta nel vento, nelle rocce. Ovunque e in nessun luogo." 

Riuscite a immaginare una casa così? Ne sentite l'atmosfera? Pensate per un attimo alla bruma del mattino nella campagna lacustre di inizio estate; la sentite la pelle pizzicare? Provate a immaginare ora che da qualche parte laggiù, oltre la leggera coltre di umide nebbie sospese poco sopra il terreno, si nasconda l'anima di uno spirito vendicativo, evocato dalle lingue della gente del luogo, dalla lunga memoria e una certa inclinazione per le antiche superstizioni... Ecco, allora ci siete. Purtroppo, per il momento non posso dirvi di più, ma voi tenete a mente questa sensazione, vi servirà quando avrete il libro tra le mani.

Non è vero, posso dirvi ancora un'ultima cosa: la catena di eventi che dovrà ricostruire il nostro investigatore-per-caso in Inghilterra inizia in una buia e tempestosa notte di molto tempo fa, in una stanza sporca di sangue...

Stay tuned!

venerdì 8 luglio 2022

Prossimamente...


LA NOVITA'.

Finalmente è successo! Sono alla penultima fase di produzione del mio nuovo libro, IL GIOCO DELLE OMBRE; l'ho consegnato all'editor che provvederà a correggere le bozze e ad analizzare il testo per suggerire miglioramenti, poi si passerà alle stampe e prevedo che si arriverà alla pubblicazione in tempo per il Natale.

IL GIOCO DELLE OMBRE.

Di che libro si tratta? 

È un romanzo giallo che ancora una volta vede protagonista l'autore franco-coreano Mae Son-Jun. 

Di che parla?

La storia inizia circa quattro anni dopo la conclusione de LA CASA GIALLA, a Seoul. Il protagonista adesso ha una famiglia e sta attraversando un momento di crisi creativa. In cerca di ispirazione per il suo nuovo libro L'assassino è il maggiordomo, ambientato in Inghilterra in una scuola per domestici, si reca per le vacanze estive nel Distretto dei Laghi, al confine con la Scozia, nella casa del quindicesimo barone di Windermere. Lì alloggia temporaneamente la madre, che vi si è trasferita per completare l'abito di una facoltosa cliente. Nei giorni successivi il suo arrivo, Son-Jun nota in più occasioni una misteriosa ragazza in abiti retrò aggirarsi sui terreni della proprietà. L'aspetto della sconosciuta e la ritrosia con cui sfugge ai tentativi di Son-Jun di conoscerla, gli fornisce degli spunti per la creazione di un personaggio del suo nuovo libro e ne stimola l'immaginazione, tanto da desiderare di scoprire chi sia, e soprattutto perché sembri spaventata e da chi tema d'essere riconosciuta. Si tratta forse del fantasma di Gwyneth Glenn, la donna amata e perduta dal vecchio barone? Certo è che la grande casa di Hiraeth House nasconde più di un segreto in cui Son-Jun, ancora una volta, si troverà invischiato suo malgrado...

Stay tuned...


In evidenza:

Del perché ho scelto di ambientare La Casa Gialla in autunno.

La Storia de La Casa Gialla è ambientata in autunno; la ninna nanna che Suzanne canta al piccolo Jean s'intitola  Les Feuilles Mortes  (...