Blog

Nel cotonoso raplaplà di Bologna..., il tipo di quella donna dall'anima fosforica e smagliante come un metallo vetusto mi avvolgeva di un turbine di esistenza remotissima e futurissima.
- A. Savinio

giovedì 9 novembre 2023

Studi scientifici confermano: "La dipendenza dalle serie TV coreane è una brutta bestia!" Eccovi una testimonianza...


La protagonista di FERITE A FIOR DI LABBRA è una psicologa alle prese con dieci pazienti (9 donne e un uomo) vittime di una strana dipendenza, quella ai K-Drama, ovvero serie tv prodotte in Corea del Sud.

Per quanto strano e ridicolo vi possa sembrare, nonostante non si tratti (ancora) di una patologia oggetto di medicalizzazione, la passione per il mondo dei drama può considerarsi in effetti una vera e propria dipendenza che costringe sempre più persone a fare scorpacciate (spesso notturne) di ore e ore di trasmissioni televisive sottotitolate e che, come tutte le droghe, ha anche i suoi spacciatori... (come la sottoscritta, per esempio, che ho condotto nel "tunnel" ormai decine di amiche innocenti.)

Qui sotto trovate la testimonianza di Federica, una delle tantissime vittime di questo nuovo fenomeno.




Proprio l'amore per i drama e la condizione di dipendenza che accomuna tutti noi appassionati del genere sono stati il primo spunto intorno a cui ho pensato di cucire questo nuovo romanzo giallo, che originariamente avrebbe infatti dovuto chiamarsi "9 Sfumature e Mezzo di Drama" ed avere un taglio più umoristico. In realtà poi l'intreccio ha acquisito tinte troppo fosche per un titolo simile e inoltre il focus della storia si è spostato altrove, ma sono ancora molto affezionata a questa illustrazione qui a destra e volevo mostrarvela.

Vi piacciono le serie TV? 
Avete mai visto un drama?
Vi piacerebbe saperne di più?

Lasciatemi i vostri commenti qui sotto.




Vi anticipo un breve estratto del libro in cui incontriamo per la prima volta alcuni dei personaggi nello studio dove si svolgono le sedute di terapia di gruppo. Enjoy!

__________

«Qualcuna di voi conosce già la dottoressa Silvestri?» Quattro teste fecero di no all’unisono. «Ci sarà da fidarsi? Ho sentito che è giovane. La più giovane dello studio.» Mentre parlava, alzava e abbassava rapidamente il tallone destro. Il movimento della gamba era accompagnato dal tamburellare delle dita sul ginocchio. «Tu non sei abituato a fare terapia, vero?» gli rispose una ragazzina dai capelli rosa pastello. «Non credo ci sia niente di cui preoccuparsi. La Silvestri mi è stata raccomandata da un’amica che si è trovata molto bene. Non c’è bisogno d’esser tanto nervosi.» «Nervoso io?» Lui non sembrò capire l’osservazione della ragazza. «Ah… intendi perché faccio così con la gamba? Lo faccio sempre quando devo stare seduto troppo a lungo, non farci caso. A proposito, io mi chiamo Stefano, e voi?» La giovane gli sorrise e rispose per prima. «Io sono Aurora. Piacere.» Stefano pensò che era carina con i capelli lunghi tutti colorati. Era minuta e piccolina. Gli ricordava una bambolina o un personaggio uscito dai manga. A guardare bene era vestita come una idol coreana. Doveva essere una fanatica del K-pop. Forse era un po’ infantile, ma sembrava simpatica. Una ad una si presentarono anche le altre tre donne. «Visto che siamo già alle presentazioni, mi chiamo Maria. Ciao a tutti.» L’uomo pensò che Maria fosse una bella donna, anche se sovrappeso e con i capelli aridi e giallastri di chi ha ricorso troppo spesso alla tinta. Portava i segni dell’età e qualcosa in più, una tristezza malinconica che parlava di rassegnazione e rimpianti. Intuì che doveva aver perso qualche battaglia nella vita. Era più grande di lui, ma non abbastanza per essere sua madre. Sarà stata sulla cinquantina. Qualcosa in lei tuttavia gliela ricordava e anche se non si conoscevano, anche se non aveva senso, in quel momento avrebbe voluto abbracciarla. «Ciao a tutti.» Un’altra donna più o meno della stessa età si fece avanti. «Io sono Zita e sono molto curiosa di vedere come andrà questa terapia di gruppo. Devo ammettere di essere un po’ scettica al riguardo. Mi sembra di stare sul set di uno di quei film americani dove si siedono tutti in cerchio e iniziano ogni seduta annunciando da quanti giorni non bevono.» Gli altri risero alla battuta. «Anche voi siete qui per disintossicarvi dai drama ?» Intervenne l’ultima sconosciuta. «A proposito, io sono Elisa.» Zita la guardò attentamente e ne annotò mentalmente la corta zazzera biondo platino, i tatuaggi su collo e mani e i denti bianchi e regolari di una dentatura posticcia. Le mani secche e nodose con vene in rilievo si aprivano e chiudevano mentre parlava, come se ne volesse rilasciare la tensione. Le donne assentirono con un movimento della testa. «Io non sono sicuro di trovarmi nel posto giusto» intervenne Stefano. «Mi ci ha mandato mia moglie, lo faccio per accontentarla. Per il nostro rapporto.» Zita non era certa d’aver compreso bene le implicazioni dietro quella frase sibillina, ma le altre annuirono come se condividessero il suo punto, quindi si astenne dal fare ulteriori domande. Maria le rivolse la parola: «Mi piace la tua tinta. Per molto tempo li ho portati anche io di quel biondo, ma adesso il colore non prende più così bene. Dopo un po’ vira sul rossiccio. E riesci ancora a portarli lunghi! Hai davvero dei bei capelli! Un tempo anche io li avevo lunghi e folti, ma poi con la menopausa...» Dallo sguardo indifferente dei presenti, si accorse di essersi lasciata andare alle solite recriminazioni e per giunta con degli sconosciuti. Se non chiudeva subito la bocca avrebbero finito per pensare che era noiosa! «Anche io sono qui per migliorare il rapporto con il mio fidanzato.» La parola passò ad Aurora. «Sto davvero troppo appiccicata allo schermo a guardare drama e finisce che non faccio mai niente che interessi a lui. Una volta uscivamo spesso, ora non più. Stiamo sempre in casa.» Zita avrebbe voluto aggiungere qualcosa, ma in quel momento la porta si spalancò ed entrò una giovane donna con i capelli ramati lunghi fino alle spalle e una frangetta troppo corta. Gli occhiali dalla spessa montatura ambrata le erano scivolati sulla punta del naso ed erano tutti piegati da un lato; se il colore degli occhi non fosse stato di ghiaccio, il suo aspetto generale avrebbe di certo avuto un che di comico. Era trafelata e sembrava avesse fatto le scale di corsa. Si tolse il cappotto e il foulard intorno al collo. «Scusatemi per il ritardo. Ho fatto il più velocemente possibile. Spero di non avervi causato dei problemi.» «A noi no.» Per tutti rispose Stefano, girandosi di scatto verso la porta alle sue spalle, cosa che gli impose di torcere il busto di novanta gradi inclinando schiena e collo all’indietro nello sforzo di scoprire subito l’aspetto della persona a cui avrebbe dovuto affidarsi. Ciò che vide non lo deluse affatto. «Ma la segretaria è dovuta andar via. Insieme ad altre cinque ragazze che non potevano fermarsi oltre l’orario stabilito.» Il senso di colpa di Emma le gonfiò il petto; dovette emettere un sospiro d’imbarazzata frustrazione prima di proferire nuovamente le sue scuse...

venerdì 27 ottobre 2023

In Uscita il 21 Novembre 2023: FERITE A FIOR DI LABBRA

Esce tra poco per Be Strong Edizioni il mio terzo romanzo giallo!

In questo libro ho esplorato il tema della violenza in alcune delle sue tante sfaccettature. C’è prima di tutto la violenza fisica e criminale di un serial killer, ma esiste anche una violenza più sottile e diffusa di tipo psicologico, che emerge dalle interazioni tra i personaggi: all’interno di quadri familiari – tra genitori e figli e tra coniugi – ma anche tra estranei che si conoscono per la prima volta. A volte si tratta di piccole forme di abuso, quasi impercettibili e non traumatizzanti, se subite singolarmente, ma che provocano danni quando vengono reiterate e “normalizzate” nel lungo periodo. Si parla allora, per esempio, del fenomeno del Gaslighting, che fa riferimento a una forma di abuso e di manipolazione psicologica agita nei confronti di una persona, al fine di farla dubitare di se stessa, della sua percezione della realtà e dei suoi pensieri. Non ultima, emerge la violenza delle Istituzioni, di chi dunque per antonomasia dovrebbe rendersi responsabile della cura e della sicurezza“dell’altro” e invece latita.

I miei personaggi ruotano quasi tutti intorno a drammi personali e relazioni tossiche. E anche chi ne è apparentemente esente, a ben guardare porta invece ancora i segni di vecchi traumi, ereditati dalla propria storia familiare, probabilmente. Ricordando che anche l’indifferenza e la negligenza sono gravi forme di violenza verso il prossimo, nella Società che conosco, nessuno può dirsi dunque alieno alla violenza. In qualche modo tutti ne siamo vittime e prima o poi, tristemente, carnefici.

Ecco qui la sinossi: 

Emma Silvestri è una giovane e timida psicologa alle prime armi, che si occupa di dipendenze presso uno studio di una piccola città di provincia. Le sono stati affidati dieci pazienti con una dipendenza molto particolare e, nonostante un inizio non proprio brillante, le sedute serali procedono senza intoppi. Tuttavia Emma non può dormire sonni tranquilli: il quartiere precipita nel panico a causa di una serie di efferati omicidi e tra i cadaveri spunta proprio una paziente dello studio, mentre la polizia sembra brancolare nel buio.

Prenota la tua copia sul sito di bestrongedizioni.it!


domenica 14 maggio 2023

Il tema della sofferenza auto-inflitta ne Il Gioco delle Ombre


 "La maggior parte della sofferenza è inutile. Ce la infliggiamo da soli fino a quando, a nostra insaputa, si lascia che la mente prenda il controllo della nostra vita. Il pensiero da solo, quando non è più connesso con il regno molto più vasto della consapevolezza, rapidamente diventa arido, folle, distruttivo. 

È la nostra mente a causare i nostri problemi, non le altre persone, non il "mondo esterno", è la nostra mente, con il flusso di pensieri pressoché costante, che pensa al passato e si preoccupa del futuro.

Noi commettiamo il grave errore di identificarci con la nostra mente, pensando che questa sia la nostra identità, mentre in realtà noi siamo esseri ben più grandi."

- Eckhart Tolle


Ne Il Gioco delle Ombre il tema della sofferenza auto-inflitta gioca un ruolo protagonista. Lord Evans la personifica assai bene già all'inizio del libro attraverso il senso di colpa (forse neppure completamente sincero) e i rimpianti che lo accompagnano negli ultimi giorni della sua vita, quando, da credente, sente imminente il giudizio divino. Con il procedere della narrazione diventerà sempre di più un tema centrale che muove i personaggi e ne giustifica le azioni, in alcuni casi scellerate, che avrebbero potuto essere evitate, alla luce di una maggiore consapevolezza di sé. Perché ogni essere umano non è mai impotente di fronte alla sofferenza inflitta dal "mondo esterno", viceversa può sempre scegliere come reagire.

Nelle parole di Tolle risiede infatti una grande verità: il dolore non è una gabbia senza uscita. È la nostra mente a costruire per noi quella gabbia e siamo poi noi a decidere di restarci dentro ed arredarla. Riuscire a comprenderlo è il primo passo vero la libertà. 

Voi cosa ne pensate?

Vi lascio un piccolo estratto del secondo capitolo.

*****

"Aveva sperato per così tanto tempo di rivederla almeno un’ultima volta, oppure di scoprire il luogo della sua sepoltura. Se ci fosse riuscito le avrebbe chiesto perdono. E ora che gli restava poco da vivere, pregava che avvenisse il miracolo e Dio gli permettesse di rimediare ai suoi peccati. Ma forse Dio non era quello compassionevole del Vangelo bensì davvero la divinità implacabile descritta nell’Antico Testamento e in tal caso era certo non l’avrebbe mai perdonato, neppure di fronte a un pentimento sincero. Eppure lui aveva scontato già una pena terribile in tutti quegli anni di solitudine, come poteva non essere ancora abbastanza? Spuntarono due lacrime dagli occhi chiusi di Arthur. Scivolarono lungo le tempie per sparire subito dopo al contatto con il morbido cuscino di piume, mentre Ava gli rimboccava le coperte."

venerdì 5 maggio 2023

Curiosità dalla Corea: Il Binyeo, un antico accessorio femminile e non solo.

Park Shin-Hye nel film "Il Sarto Reale"

   
    Sin dai tempi antichi, il binyeo era considerato dai coreani più di un  accessorio, poiché veniva utilizzato nella speranza di proteggere i loro villaggi e salvaguardare il benessere della loro famiglia. Allo stesso modo, gli antenati credevano che ogni binyeo conservasse un incantesimo speciale che catturava l'anima di chi lo indossava. Se le donne lo perdevano, si credeva che avrebbero perso la loro fedeltà e dignità. Era anche apprezzato come un'eredità che si trasmetteva di generazione in generazione tra le donne.


    Nella società tradizionale coreana, le donne sposate erano solite raccogliere i capelli in una crocchia e il binyeo li teneva fermi, impedendo che si allentassero e si spostassero. Era usato anche dagli uomini per lo stesso scopo, perché a quel tempo di solito non si tagliavano i capelli.


    Ci sono documenti secondo cui il binyeo fa parte della cultura coreana sin dal periodo dei Tre Regni (57 a.C.-668 d.C.). Durante la dinastia Silla (57 a.C.-935 d.C.) l'uso degli ornamenti fu limitato, in quanto ritenuti stravaganti. Solo alla famiglia imperiale era consentito utilizzare il binyeo nella forma di fenice o drago. Alla gente comune era concessa infatti un'unica opportunità di indossare un binyeo a forma di drago in occasione delle nozze. Durante la dinastia Joseon (1392-1910), le parrucche indossate dalle donne della classe sociale superiore vennero proibite, il che portò questi spilloni ad essere usati più spesso e a diventare oggetti esclusivamente femminili.


    Secondo antiche tradizioni, le ragazze indossavano un binyeo come simbolo del passaggio all'età adulta. Questo spillone rappresentava anche un'occasione d'incontro tra innamorati, dato che lo sposo lo regalava alla fidanzata come simbolo d'amore e promessa matrimoniale. 

Fonte: Korea.net

*****

Ne La Casa Gialla, Jean trova un binyeo in un mercatino dell'usato, insieme ad altri oggetti che normalmente componevano un corredo nuziale. Vi ricordate quali?

domenica 29 gennaio 2023

Questione di Karma

In "Ricordi, Sogni, Riflessioni", Carl Gustav Jung detta alla sua biografa: “Spesso sembra che vi sia in una famiglia un karma impersonale che passa dai genitori ai figli. Mi è sempre sembrato di dover rispondere a problemi che il destino aveva posto ai miei antenati e che non avevano ancora avuto risposta, o di dovere portare a compimento, o anche soltanto continuare cose che le età precedenti avevano lasciato incompiute. Ho la netta impressione di essere sotto l’influenza di cose o problemi che furono lasciati incompiuti o senza risposta dai miei genitori, dai miei nonni, e anche dai miei più remoti antenati." 

Da questa riflessione, il tema del karma familiare appunto, è partita la mia avventura di autrice di gialli. Nel tentativo di svilupparla sotto diverse prospettive,  ho scritto i primi due libri della serie "I Misteri di Mae Son-Jun" in cui il protagonista affronta una domanda esistenziale che molti di voi, come me, si saranno posti: il mio Destino è segnato, inevitabilmente, dall'eredità (a volte, o troppo spesso scomoda) ricevuta dai miei genitori, e ancor prima dagli avi che li hanno preceduti e dunque ubbidisco a mia insaputa a leggi ataviche sconosciute che mi obbligano a seguire un determinato cammino? Oppure sono libero di scegliere la mia strada, cambiando il corso di quella che mi è stata assegnata alla nascita? Non sono forse i successi, i fallimenti, i dolori, i traumi, le paure, i rimpianti e i rancori di chi ci ha preceduto degli ostacoli con cui deve fare i conti ciascuno di noi, prima di potersi dire libero?

Voi che ne pensate?


sabato 28 gennaio 2023

In evidenza:

Preview: IL GUARDIANO DI GWENDEN - Booktrailer