Vi lascio la trascrizione di una recente intervista che spero troverete interessante.
Buona lettura!
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D: Presentati, parlaci di te.
R: Sono nata a Milano nel '67, vivo tra il Piemonte e l’Alto Adige, ma se potessi vivrei
un po’ qui e un po’ là, essendo nomade per vocazione. Viaggio
moltissimo da sempre (pandemie permettendo) e mi sento un po’
cittadina del mondo, anche se per esserlo veramente devo imparare
ancora un bel po’ di cose. Ho fatto studi classici, prima di studiare
Economia all’università. Oltre a viaggiare, mi piace leggere, studiare
lingue straniere, cinema e teatro e guardare serie asiatiche, che
traduco, nel tempo libero, per una piattaforma di streaming chiamata
Viki.
D: Quando è nata la tua passione per la scrittura?
R: Nell’infanzia. Ma non ho mai pubblicato qualcosa che pensassi
valesse la pena di provarci fino allo scorso dicembre.
D: Uno scrittore è prima di tutto un lettore, che genere prediligi?
R: Come per il cibo e la musica, sono onnivora. Tranne l’horror, spazio
tra i generi. Dipende molto dal tempo che ho a disposizione e dal
‘mood’ del momento. Sotto l’ombrellone, per intenderci, preferisco i
gialli (soprattutto i grandi classici, da Conan Doyle a Camilleri).
I miei autori preferiti iniziano con le tantissime letture dell’infanzia,
che spaziavano da Rodari alle fiabe Giapponesi, passando per i
classici Dickensiani, fra tutti, appunto Rodari, che ho riletto ancora
volentieri con i miei figli. Poi sono arrivati Calvino, la Morante,
Pirandello, la Yourcenar, e sto citando solo quelli che ho riletto più
volte. E infine ho iniziato a leggere in inglese i grandi classici di fine
‘800, primi ‘900, Oscar Wilde, Brontë e Austen fra tutti, ma anche
Mark Twain, Poe, J. K. Jerome e Wodehouse. Della letteratura
contemporanea, conosco meno, a parte Stephen King, che amo per
come riesce a descrivere le emozioni. In generale, direi comunque
che i miei riferimenti restano nell' ambito della letteratura classica.
D: Parlaci del tuo ultimo lavoro e della tua scrittura.
R: Domanda difficile e delicata. È come descriversi guardandosi allo
specchio. Piuttosto imbarazzante. Cercherò di non esprimere un
giudizio su ciò che ho scritto, né su come l’ho scritto, questo
ovviamente spetta unicamente ai lettori. Lo dico, perché a volte si
rischia di mascherare un giudizio dietro alla risposta ad una domanda
del genere, perciò chiedo venia se sarò meno che oggettiva in ciò che
dirò. Si tratta di un libro nato quasi per gioco e su insistenza dei miei
figli, che volevano pubblicassi almeno una delle tante storie che mi
ronzavano in testa. L’occasione mi è stata data dal primo lock-down
che mi ha concesso molte ore di solitudine per la stesura. Poi c’è
stata anche la complicità di alcune amiche che hanno letto passo
passo i capitoli e offerto preziosi spunti e consigli. L’idea del
racconto, invece è arrivata come conseguenza della mia passione per
le serie asiatiche, in particolare di quelle coreane, che mi ha offerto
lo spunto per il protagonista maschile e la struttura portante del
racconto. La scansione in quindici capitoli, il ritmo, e altri piccoli
elementi ricordano infatti la struttura dei Drama, e danno un respiro
che potrei definire cinematografico alla storia, come se fosse quasi
una trasposizione di una sceneggiatura.
Per quanto riguarda la mia scrittura, posso dire che mi piace
introdurre dialoghi divertenti (dalle mie letture, avrete capito quanto
ami l’umorismo anglofono) e spero di esserci riuscita, almeno un
paio di volte. Cerco anche di far percepire il più realisticamente
possibile le emozioni che provano i miei personaggi. Vorrei che i
miei lettori potessero avere un’esperienza “immersiva” delle mie
storie.
D: Scrivici la citazione preferita del tuo scrittore preferito.
R: Citerò fra le tante che ho amato, una di Mark Twain, tratta da “The
Innocents Abroad” : "The gentle reader will never, never know what e
consummate ass he can become until he goes abroad". E cioè: Il
gentile lettore non saprà mai che razza di idiota può diventare, sino
a che non andrà all’estero. Lascio al “gentile lettore” le successive
riflessioni in merito.
D: Scrivici la citazione preferita di una tua opera.
R: Mmmm, difficile, così a bruciapelo, però credo che sia questa: "Non si può sempre scegliere dove andare, a volte è meglio non farlo. E lasciarsi andare. La vita è come acqua che scorre, se hai paura di affogare, resterai sempre a riva a guardare gli altri passare."
D: Il tuo estratto preferito?
R: Altra difficile domanda. Un po’ come quando ti chiedono chi
preferisci tra i tuoi figli. Fortunatamente, almeno non ho opere tra cui
scegliere. Allora vi leggo questa... Siamo in
un Bistrot di Parigi, dove il protagonista è entrato per ripararsi da un
temporale e per chiedere informazioni:
[…] Jean si voltò e vide, nell’arco della porta, una matrona vestita
interamente di rosso vermiglio. Vermigli erano anche il rossetto e le
unghie affilate e curate. La veste le stava stretta sul petto e sui fianchi ed
era di fattura mediocre, ma il cappello che la sormontava era
sicuramente un accessorio inusuale, non tanto per la foggia ardita che lo
faceva assomigliare ad un vascello adornato di frange, né tantomeno per
il lusso che avrebbe voluto ostentare, bensì soprattutto per il contrasto
cromatico che opponeva al fulvo argentato della di lei capigliatura,
ovvero proprio ciò che un cappello degno di tal nome avrebbe dovuto
invece armoniosamente complementare. Nell’insieme, una visione non
certo adatta ai deboli di cuore. Jean tuttavia non batté ciglio e fu lesto
nel precedere il tentativo della donna di dar voce ad una sua probabile
richiesta di attenzioni indirizzata al gestore. La prese dunque sotto
braccio e la condusse al tavolo più vicino, poi, con un elaborato inchino,
le chiese il permesso di offrirle un caffè in cambio di una domanda. La
donna sembrò aver frainteso la cavalleria del giovane e affascinante
uomo al suo cospetto e il suo sguardo carico di sottintesi certo non gli
lasciò alcun dubbio circa il tipo di interesse che era riuscito a risvegliare
in lei. Per dovere di chiarezza, si spinse comunque ad allungare una
mano verso di lui, per ghermirgli un avambraccio.
“Mi chieda pure tutto quello che vuole... bel ragazzo d’Oriente. Mi chiamo
Renée, a proposito.”
Purtroppo per la donna, la conversazione terminò non appena anche lei
si trovò costretta ad ammettere di non conoscere la chiesa parrocchiale
della foto e di non ricordarne neppure il nome. Tentò ancora di
intrattenere il suo ospite, prima strattonandogli il braccio e poi
deviandone l’attenzione sulla procacità della scollatura, ma non ottenne
neppure un’occhiata furtiva di sguincio. La delusione la costrinse allora
ad incurvare le spalle ed abbassare lo sguardo e, per un istante, sembrò
che il vascello stesse per inabissarsi.
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Grazie per l’intervista a Simone Clementi per il suo Blog.